Spot televisivi, articoli, blog, post per social network: l’uso di parole appropriate nell’ambito della comunicazione è essenziale! Peso specifico e aderenza al target a cui ci si rivolge: scopriamo come.

uso delle parole nel digital marketing“Parole, parole, soltanto parole”, canta la Mina nazionale. All’aquila di Ligonchio rispondono la rossa Noemi con “Sono solo parole” o Cremonini con “Le tue parole fanno male”. Potremmo star qui a stilare un interminabile decalogo di citazioni o modi di dire, nel merito. Vi è un modo di interpretare alcuni proverbi piuttosto errato, tuttavia.

 

Già, perché nella vita contano i fatti ma anche le parole hanno il loro peso specifico, la loro rilevanza. Semmai sono le chiacchiere a non contare nulla.

E molti confondono le chiacchiere con le parole! Non solo le persone comuni, ma le aziende inciampano nel grossolano errore di adoperare parole errate o che possono essere fuorvianti nella comunicazione marketing o semplicemente nello scrivere una mail o in qualunque tipo di dialogo.

E qui casca l’asino. Nella comunicazione di marketing ci domandiamo spesso quanto i nostri testi siano efficaci, quale sia il peso delle parole nei nostri post, negli articoli di blog.

Fare un uso corretto di una parola, esprimersi in tre battute anziché dieci, arrivare dritti al focus e rapire l’attenzione dell’utente attraverso uno slogan accattivante, che resta nella mente come il motivetto di una hit estiva: se la vostra azienda riesce in questa mission, allora i risultati arriveranno, in termini di reputazione e di vendite. Ma non ci può improvvisare: rivolgersi ad una web agency è alla base. Talvolta l’area comunicazione e marketing di un’azienda si riunisce per intere giornate a dibattere sul claim da utilizzare (in parole povere, la “promessa” o la parola chiave fatta a scopo propagandistico ai consumatori in una pubblicità che definisce la qualità di un prodotto e le sue caratteristiche). Spesso, invece, l’intuizione è immediata e la lampadina dell’ingegno si accende subito.

Quel che è certo è che il verbo, la parola, oggi conosce un momento di crisi, di flessione, a beneficio del potere comunicativo delle immagini (che siano video o stories). Il tutto sta nell’arrivare alla mente del destinatario e restarvi.

Affidandoci intanto al flusso di dati che possiamo desumere da insight (si tratti di capire gli effetti di un post sui social o numero di letture di un articolo), possiamo scindere le cosiddette “parole parlanti” dalle “parole parlate”, cioè differenziare le parole fornite di un peso comunicativo efficace da quelle superflue, prive di un effetto, da cestinare. L’elemento principale di cui tener conto è l’aderenza in relazione al target, all’utente al quale mandare il messaggio. Aderenza intesa come vicinanza linguistica, cioè usare le parole che usa il nostro utente (fruitore) ideale. È opportuno  puntare su una comunicazione chiara ed inequivocabile, sintetica, che arrivi al dunque ma che riesca ad incuriosire, a raccontare e – perché no – suscitare emozioni.

Il secondo aspetto (e forse il più importante) è Il tempo di lettura necessario per arrivare alla conclusione nel caso si tratti di un testo scritto o la brevità dello slogan di uno spot televisivo. Pioniere assoluto dei tempi moderni, fu l’azienda che trent’anni fa puntò tutto su una frase che entrò nelle nostre case e finì col diventare un’espressione adoperata da tutti, almeno una volta, anche per gioco: “Non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello” !

Negli anni, poi, il mercato colse l’importanza del fare una comunicazione nuova, svecchiandola da vecchi canoni. Diverse aziende devono le loro fortune proprio ad una comunicazione giovanile, appropriata, effervescente, anche a rischio di dividere l’opinione pubblica con scelte apparentemente discutibili, come il “fate l’amore con il sapore” oppure quel roboante “ALL’ARREMBAGGIO” con accento siculo urlato da Aldo Baglio (di Aldo, Giovanni e Giacomo) nel pubblicizzare lo yogurt con frammenti di frutta più grossi, negli anni ’90.

Di oggi, tanto per citare qualche altro esempio, il secco e diretto “Das Auto” (dal tedesco “L’Auto”) della nota casa automobilistica, oppure “artigiani della qualità”  usato nel vendere divani e arredamenti, o l’ultimissimo “tanto calcio, zero sbattimenti” della tv che consente di seguire i programmi in streaming on-demand.

Insomma, dare peso alle parole nella comunicazione marketing implica applicazione e rivolgersi alle figure giuste. Impiegando parole vuote, prive di un significato specifico e per nulla pertinenti col target, non facciamo altro che distogliere il lettore dal nostro messaggio e non indurlo alla “call to action”. Tanti saluti, addio, potenziale cliente perso!

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